4 - Salvatore Romano

(Nuovo Simbolismo)
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SALVATORE ROMANO
 

Donne con le ali
portano api in bocca
ovvero
il canzoniere
di Salvatore Romano
 
Testo di
Marcello Venturoli

 
 
Salvatore Romano, un palermitano che vive a Firenze da diversi anni, è uno di quegli artisti che io ho apprezzato a prima vista e che non ha cessato di meravigliarmi durante la nostra frequentazione. Intanto è unanima schietta, forte, riconoscibile immagine per immagine in virtù del segno, anzi del punto, perché il pittore, che opera nel bianco e nero,
ma non si limita a disegnare, raggiunge la sua massima concretezza attraverso un puntillismo che discende dai divisionisti, senza per altro gremire fino alla asfittica calligrafia le sue figure.
 
Ma non è certo soltanto un nobile magistero artigiano quello che lo conduce a raccontarci il suo «mondo»: vi si festeggia, da una parte, una limpida memoria del Museo, da Ingres ai romantici, nei felici impianti compositivi, nella convinzione e suggestione delle analogie, delle Icone, dei simboli, dallaltra una sorta di ambiguità soprattutto nel teatro della bellezza femminile, dove (lha scritto Dino Pasquali in una bella pagina critica sul pittore nel 1987) le sue eroine sono «un poco osées, ma non troppo audaci, più turbate che turbanti». Si assiste a una felice mescolanza di surrealismo e di erotismo intimista, che fa di Salvatore Romano un menestrello di amorosi sensi tutto particolare: profondo rispetto per laltro sesso nella più completa intimità, per cui la donna può mettere anche le ali, come avviene per le sue Ineffabili angiolesse, guarnite di calze e pube, veementi di seni e pettinate come top model, ma resta una soave creatura di carne; armonia di visi femminili nella natura e, insieme, il simbolo di una natura aggressiva che può essere ricondotta alla più mite alleanza, come le grandi api o farfalle o serpi che le giovani bellissime di questo pittore mediterraneo si fanno passare sulle labbra schiuse e sulla punta della lingua perfino.
 
Nel febbraio del 1994 Salvatore mi scriveva da Firenze cose sul suo lavoro molto illuminanti, che me lo facevano già pittore adulto e persuaso: «Parlando dellarte in bianco e nero, affermo che per me il nero è un sentimento e, nello specifico, il puntino una affermazione. Il punto ribadisce quello che è la realtà dei fatti, il punto è libero, può fluttuare,
spaziare dove vuole, la linea delimita, chiude, circoscrive, è prigione.,, >
 
Insomma, il suo modo di operare, aggiungeva «è di per sé astrazione dalla realtà, per cui si è indotti più a ricevere una sensazione che a formularla...». Vorrei osservare che scegliere come unità di segno il punto
e non la linea è il suo modo di dipingere: quando si entra  nell
’effondersi atmosferico e materico di punti nella molteplicità del dei toni intermedi dei suoi lavori, liride appare sottesa in un buio affondamento ma non cancellata.
 
Che poi lartista avverta una differenza sostanziale nella liberazione dell'immagine tra lassemblare punti come detta la legge della complementarità impressionista in genere e del puntillismo divisionista in particolare è specchio della collocazione del suo «gusto» aperto, del prevalere nella sua storia della lezione della natura come plein air, del metodo
della architettura di notazioni sensibili dirette nel paesaggio e nella figura contro ogni limite del «quadro storico», di gerarchle di sentimenti e di simboli. Firenze è nellarte contemporanea una patita del disegno ma non di rado con la nostalgia di una immagine costruita sulla linea classica (è noto il suo complesso rinascimentale) a costo di incor-
rere nelle secche della illustrazione e della calligrafia. Non è il caso del pittore che presento. La differenza che passa, ad esempio tra una formulazione figurale chiaroscurata del tipo di quella eseguita dai surrealisti storici e da taluni maestri del Novecento e il puntillismo di Salvatore Romano sta proprio nella mobilità o levitazione o apparizione della cosa raccontata. Anche quando lo spazio della carta si copre più fittamente di nero, tanto da mentire il chiaroscuro sulla
luce, il polline di punti che costruisce fittissima l
immagine non si raggela, anzi così compatta, conserva  complementarità di tocchi, una sua quasi invisibile policromia.
 
Posso suddividere le opere del pittore in due gruppi riconoscibili: quello delle storie fantastiche o reminiscenze siciliane, attingimenti al profondo di una mitologia molto personale ed estrosa; e quello delle donne amate, ninfe e moglie tra casa e Olimpo, permissioni e trasgressioni, quel tipo di pudica impudicizia che Dino Pasquali mise assai bene in luce nella citata presentazione.
 
Levasione fantastica è magnificamente sorretta dalla frenesia delloperare, fitta, accorta, amorosa, come nell'opera più singolare e intensa del primo gruppo «Le centaure». Scenografia inequivocabilmente surreale con quellocchio gigantesco dietro il portico a sorvegliare le due creature, con quel palcoscenico in più strati trasversali, di riquadri
marmorei, di ciottoli, di prato. Le due non cessano proprio d'esser donne, anche se a quattro zampe con le code. Presentano nudo il busto e lartista non riduce loro i seni, anzi: idea originale, umanissima, che queste figure mitiche siano nella metà superiore più donne delle donne, quasi matrone. Non lo sanno per quanto la scena venga presentata con
una certa emergenza, in quel fermarsi sorprese, in quel fissare chi guarda, come a chiamare lo spettatore al prodigio. La formula surreale si riempie di una evocazione onirica filtrata al femminile, tanto che busto e teste delle centaure non sembrano far parte di una nuova mitologia ma condensare nellassurdo della donna-cavallo follie e trasgressioni dagli antichi e obbligati ruoli.
 
Nel novero dei lavori «surreali» voglio inventariare personaggi la cui testa affonda e scompare nel nero vuoto, alberi giganteschi con piattaforme superiori ricche di rami portanti come un villaggio pensile del Barone Rampante di Calvino; pavimenti e cieli che vengono a conflitto in una ridda di puntini effettuata da questo pronipote di Seurat che sintetizza la grande jatte in due quanti daria e di impiantito. ..
 
…E che dire di «Insetto, uovo e pube» che pare la somma di oggetti per recitare un fatto onirico? Ma quale felice contrappunto nellarte di Salvatore fra naturale e innaturale, tra gioia di vivere e timore di una offesa, appagamento e frustrazione, icona del sesso nello specchio del desiderio (che resterebbe allucinata apparizione se questo siculo non avesse meditato la misura della filosofia puntinista) e iperbole surrealista, locchio che sapre sul petto dellamata, lape che ingigantisce sulla lingua della fanciulla, la lingua forcuta del serpente che arriva alla bocca di Èva e la sfiora dolcemente, si potrebbe dire senza peccato...
 
….se lidea della Medusa è adombrata per levidente capigliatura di serpenti, il sentimento che il fruitore ricava è assai più esistenziale, la donna non fa ne esprime orrore, ma una coraggiosa pensosità per la vita. E vero, sì, sono serpenti con tanto di squame, le fauci aperte a trarre fuori le lingue forcute, ma la donna si mette le mani sulla testa con un gesto di sgomento e insieme di decisione e par che esprima la certezza di non essere debellata da nemici visibili e invisibili….
 
…Vicino al personaggio che lartista ritrova ogni momento aprendo gli occhi giorno per giorno sono anche molte ninfe, fate e angiolesse, ambigue adolescenti, che vengono a visitare in incognito, accolte come parenti, la casa del pittore. Perché a via Domenico Michelacci, nella borgata di Peretola anche la casa di questo fantasioso realista, di questo
notturnista del colore, è particolare; un cortile medievale, una scala stretta ed erta dagli scalini tigrati che portano a ballatoi di mattoni affossati da passi secolari e a stanze di bambole, a mansarde, i cui tetti ti si ripiegano sulla testa e ti fanno camminare un po curvo. Affisse a quelle pareti e mura, angiolesse e baciatrici di api, portatrici di seni, pubi e sederi come fiori che si condensino da un polline nell'aria boschereccia, spostano il rigore della famiglia senza capovolgerlo o annullarlo, fanno nuovamente pagana ma non eretica la antica cristianità dei rapporti coniugali. Una Firenze davvero diversa ha dunque trovato e festeggiato il vecchio viaggiatore in arte, al quale non è parso vero intrattenersi con una delle più recenti angiolesse di Salvatore, quella dal pube a puff, che allarga le braccia sulle ali come una Icarina; o con quella eseguita diversi anni fa - una immagine di donna il cui invito assume un che di sacro, per cui davvero qui sembra che tutte le mogli o le amate nostre abbiano, debbano avere le ali….
 
…Non cè figura di questo popolo che resti secondaria nella casa di via Domenico Michelacci: come la fanciulla bionda, uno dei pochi lavori nei quali lartista abbia ammesso, vicino al suo crear per punti, anche la linea, vestendo sommariamente il corpo nudo dellangiolessa. Che scena originale e gentile, a cominciare dallalitante atmosfera del fondo su cui spicca la donna in piedi, sorpresa dalla luce! Si copre alla maniera delle antiche statue, seno e grembo, accentuando così larmonia di quelle forme. Le ali sono enormi, tanto assurde per la loro dimensione, quanto indiscutibili per la loro naturalezza, o meglio per il profondo convincimento con cui la bionda le porta, la
bocca di silenzio, gli occhi che ti pensano. Mentre talune opere del pittore sembrano puntare sulla evidenza quasi a concludere col fruitore che talvolta dire un nudo significa aver risolto per sempre i complessi, altre volte l'artista esprime, come accennavo, una ambiguità, nel ritrarre in una apparente semplicità, se non proprio innocenza di modi, la figura femminile, che innocente non è proprio. Intendiamoci; se per esempio le fanciulline di Balthus non sono delle Lolite solitàrie e casalinghe e sono prima di tutto e sempre delle creature appena uscite dall'infanzia smaniose, in virtù (o per vizio) della loro crescita inconsapevole, il pittore che le racconta è di altro avviso le fa ambigue, le rende oggetto di attenzione particolarissima; su quella loro intimità negletta e quasi asessuata la sua paternità è troppo soggettiva, il Maligno non gli permette nessuno onesto distacco di sentenze. Insomma se una ragazzina di Balthus si scalda le gambe al focolare, lei ha soltanto freddo, lui invece ne sente il tepore prima ancora che lei si scaldi. E ciò che capita in certe opere di Salvatore Romano, come «Ladolescente dei sassi con lape», in quellaccovacciarsi ed ammiccare, certamente un «gioco alle belle statuine», una pantomima senza altro sottinteso che comunicare un concetto, come da sillabario vivente, come di mimo disceso dalle idee di Plafone; ma credo proprio che il pittore abbia letto il messaggio in modo più provocatorio. E in rè ipsa l'ambiguità, perché quella creatura è nuda, attraente, niente affatto, stavolta, angelicata? Daltra parte, lo abbiam visto, le ali di una donna ideata dal pittore non fanno mai un angiolo. Figuriamoci poi quando Salvatore si avventura a creare dei piccoli Icari nudi; e che appartengano al sesso forte è evidente.
 
….Mi pare di avere illustrato fin qui nella varietà delle ispirazioni e dei motivi di Salvatore Romano una sua univocità di intenti che dalla forma, il punto, arriva al contenuto, quel modo di vivere lamore dentro il più vasto amore della natura, la gioia di essere nati e operare da artisti come per un rendigrazie al Creatore, dove linnocenza e listinto, la fragilità e la fortuna si diano la mano. Mondo di suprema gentilezza del vivere e del sentire, ma non per questo senza continui sguardi interrogativi, senza inventar! di meravigliose fantasie, tante volte così fuori dalla nostra portata, da farci dubitare della loro verità. Eppure eccole lì le api gigantesche che si posano sulla lingua delle fanciulle di Salvatore e queste le tengono come sopra un nido, chiudendo gli occhi non per paura ma per tenerezza, ecco le farfalle che camminano sulle labbra aperte di queste coraggiose, divertite dallincontro assai eterodosso, nellatto quasi di mordere, di inghiottire e invece insetto e creatura umana si baciano soltanto. Non è certo la documentazione sorridente di una stranezza come quella di un «numero» di circo da camera questo prodursi di lingue e labbra con api anche doppie, è piuttosto l'immagine delle immagini di Salvatore Romano, il raggiungimento del suo pieno formale, nel più affettuoso e soave simbolo, la pace dei contrasti, la fiducia dellesistere con tutte le differenze nelle sorprese della natura.
 
Marcello Venturoli
© A. Romano 2020
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